Gabriele Toneguzzi

La nuova Domus di Flavio Albanese

Venice Link
Venice Link, maquette casello autostradale, Asa studio

Ci troviamo a Vicenza, sul ponte di comando di Asa, Albanese Studio Architettura: un vasto spazio aperto sospeso sulle anse del fiume Bacchiglione nella sala macchine d’una ex tipografia sita nel centro storico della città: grandi tavoli accolgono schizzi, maquettes dei progetti in corso ed una fitta sequenza di librerie. Qui incontriamo Flavio Albanese, nuovo direttore di Domus, che ci racconta, fra molto altro, quella che considera una storia semplice, ovverosia la sua chiamata all’ambita direzione della rivista: “Gli editori hanno organizzato, nell’estate del 2005, una riunione radunando attorno ad un tavolo una quindicina di persone – tra cui alcuni ex direttori, oltre a Boeri, ed altre figure intellettuali, sia nel campo dell’architettura che in altri settori – per raccogliere idee e spunti sul come evolvere Domus”. La proposta di Albanese nasce dalla constatazione che la maggior parte dell’architettura viene prodotta in luoghi esterni all’Europa: Asia, America. “Avevo in mente una rivista destrutturata, basata su di una rete di blog locali. Pensavo alla necessità di una rete di antenne, che non debbono per forza essere degli addetti ai lavori. Dai blog locali, dalle antenne, si possono produrre in loco dei pezzi di Domus, assemblata in seguito a Milano. La rivista diventa così una raccolta di varie Domus prodotte nel mondo, affastellate assieme e riconsegnate agli utenti mescolando le carte. Un crossing informativo, dove le notizie prodotte in Occidente finiscono in Oriente e viceversa”. O, per usare una metafora culinaria: “Una rivista cucinata in Italia, prodotta con ingredienti internazionali”. Ulteriori incontri con l’editore sfociano, con sorpresa dell’interessato, all’offerta della direzione della rivista che accetta. Il direttore aggiunge: “Nella pratica, il progetto originario si è modificato. Non sarà possibile destrutturare la produzione di Domus. Me ne sono reso conto quando ho iniziato ad incontrare la struttura esistente della rivista: mi interessa capire la produzione, i costi, rapporti con gli esterni, con i fotografi, sviscerare il problema del tempo. Così ho avuto modo di verificare le qualità e le competenze della struttura esistente. E mi sono quindi preso la responsabilità di rimettere in circolo virtuoso tutte le riscorse umane interne. Sarà invece possibile applicare quell’idea alla versione web, on-line tra qualche mese, dopo la partenza della versione cartacea”.

Albanese arriva alla direzione della rivista nell’ottantesimo anniversario della sua fondazione. Nella sua Domus non ci sarà comitato scentifico, ma un gruppo di persone, già definito, che una/due volte l’anno s’incontreranno – la prima volta nelle prossime settimane a Pantelleria – per “ragionare sui massimi sistemi”. In questi incontri si delineeranno le linee guida per Domus, così come da una rete informale di relazioni – slegata dal mondo accademico –, del quale Albanese non fa parte, arriveranno i contributi per i vari numeri. Nel numero di maggio, primo della sua direzione, troverà spazio un progetto di Leonardo Ricci (dall’archivio della rivista), uno di un architetto olandese, e poi un progetto messicano e uno africano, tutti ben lontani dal sistema mediatico attuale. “Quello che non ci sarà, sarà la superstar; sono stanco di vedere cinquanta volte lo stesso progetto. Ci saranno vere opere d’architettura, e arriveranno dai luoghi del mondo dove l’architettura diventa significativa. Tutto arriva da connessioni, da contatti distribuiti nel mondo: da Steven Holl arriveranno segnalazioni americane, così come dal Brasile da amici che hanno lavorato con Niemeyer e Burle Marx, cosí come dalla Sejima, da Siza, da Ito, da Souto De Moura. Sempre nel numero di maggio metterò a confronto le produzioni di Hermès e Bottega Veneta con le autoproduzioni del cuoio nel Sud America e della cotonade in Mali”. Architettura e design sono due dei temi che «Domus», ha sempre affrontato. A questi ho intenzione di affiancare l’attenzione verso l’arte contemporanea, attraverso la quale ho costruito il mio sapere. Così come c’è stata la “Domus” di Mendini, mio primo riferimento temporale, ci sarà quindi ovviamente la “Domus” di Albanese. Quella di Boeri è stata la migliore che io abbia letto; ma l’ho letta come un’interessante rivista socio-politica più che come una rivista d’architettura. Sono invece convinto che l’architettura svolga un ruolo socio-politico molto marcato. Pensate, ad esempio, a quei 3,5 miliardi di persone che vivranno in squats: ognuno di loro può effettuare un’azione architettonica anche minima, innescando una forza in grado di generare un mercato immenso, paragonabile a quello dei grandi fondi immobilari come Blackstone».

Anche il contenitore si modificherà: “Domus sarà divisa in tre parti: la prima dedicata all’architettura e agli interni, la terza al design e all’arte contemporanea, mentre quella centrale – la cerniera – presenterà un progetto specifico. Prima e terza parte saranno curate dai grafici interni, mentre la cerniera vedrà di volta in volta vari contributi. Due sono le cose che ho voluto scrivere in grande sopra i tavoli della redazione: l’importanza della brand value, alla quale noi tributiamo il nostro lavoro per rispetto e per servizio, ed il rispetto per il lettore”. Se il mantenimento della prima risulta evidente, ritenendo “che il direttore di una rivista debba cercare di raccontare il presente e magari suggerire un possibile futuro, non trattandosi certo di un rivoluzionario” molta più enfasi viene posta verso la seconda. “Mi sono reso conto, sfogliando la rivista di questi ultimi anni, che il rispetto per il lettore è andato perduto”. Questa perdita si traduce nell’idea che una rivista cartacea possa essere stampata come un sito web. “Poiché il rispetto per il lettore si appalesa attraverso la buona stampa, attraverso la buona tipografia, senza peraltro che questa venga ridotta a esercizio di forma: ritorneremo alla tipografia manuziana, all’occhiello, al titolo, ad una stampa leggibile, ad una semplicità in grado di stimolare il piacere della lettura. Una rivista è un trasferitore di conoscenze: e ritengo che sia giusto informare bene anche chi lavora nel suo piccolo mondo, fargli vedere cosa c’è al di là del suo confine del fare.”

Julian W. Adda e Gabriele Toneguzzi

Flavio Albanese

Flavio Albanese
Collezionista d’arte contemporanea, possessore d’una biblioteca di circa 20.000 volumi, autodidatta, Flavio Albanese è nato nel 1951 a Ponte di Mossano (Vicenza), località adagiata sulle propaggini meridionali dei colli Berici propinqua a più d’una villa di Palladio: non è in possesso del canonico ‘pezzo di carta’. Sesto di otto pargoli, figlio d’un minatore rientrato anzitempo da Carbonia a cagione d’una malattia professionale, interrompe per necessità gli studi all’età di quattordici anni iniziando da subito a lavorare come manovale per un’impresa locale, il cui titolare, un ingegnere, tenendolo d’occhio perché gracilino, di lì a poco se lo porta in ufficio con una frase lapidaria: “senò ti te mori ‘sto inverno”. A sedici anni lavora nello studio dei fratelli Motterle e presso uno di loro, Federico, ha occasione di incrociare di tanto in tanto pure Carlo Scarpa. Diciannovenne, ottenuta l’emancipazione legale (nda: fino al 1975, la maggiore età era fissata a 21 anni) apre uno studiolo a Padova assieme a due altri sodali e, non senza difficoltà, si barcamena tra vari incarichi. Dopo il ritorno a Vicenza, nel 1979, un’occasione fortunata: Casa Vogue pubblica una monografia di suoi lavori; da lì partono le prime commesse da Driade ed altre aziende rilevanti, riprendendo pezzi disegnati in occasioni specifiche giungendo, fra l’altro, ad interessarsi persino del disegno di tessuti. Oggi il suo studio, sotto la direzione tecnica del socio e fratello minore Franco, architetto, occupa circa quaranta persone divise fra Vicenza, Milano e Palermo.

Intervista pubblicata su Il Giornale dellArchitettura, prima pagina e succ., Aprile 2007

Flavio Albanese presenta la nuova Domus all’Università Bocconi, 19 Aprile 2007

This entry was written by gt, posted on 31 May 2007 at 01:57, filed under Architettura, Articoli/scritti, Biblioteca, Recensioni, Riviste. Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

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