Gabriele Toneguzzi

Giuseppe Pagano Pogatschnig: lettera ad un’amica sconosciuta


Giuseppe Pagano Pogatschnig autoscatto presso l’Università Bocconi, 1940?

Trieste, 8 luglio 1919

Gentilissima
l’uomo dal mistero, il redivivo, colui che ha bevuto a larghe sorsate dal calice del piacere e del dolore, Vi dice qualcosa di sé, allegramente,

La cattura. Voi sapete che ai primi di febbraio del 1917, a forza di insistere contro la magra mentalità dei despoti del mio deposito di reggimento, io sono riuscito a partire per la fronte: zona di Gorizia: San Marco: Santa Caterina: cimitero di Gorizia E dal cimitero di Gorizia, da una sgangherata tomba di famiglia piena di topi e di fango, intrisa di pidocchi e di sangue io sono partito per l’ultima mia pattuglia, la notte del 31 maggio 1917. Era una notte tutta buia, stanca, opaca, inerte: nessun chiaroscuro d’artiglieria, neanche la lucciola di nessuna fucilata, neanche lo spiraglio di un patetico chiaro di luna o la ditataluminosa d’un riflettore. Strisciando di buca in buca tra i grovigli di ferro spinato e la morchiosa gelatina del pantano di terra rossa, ho raggiunto la trincea austriaca con pochi fidati. Fiducioso nella mia fortuna ho tentato il colpo di mano: sono penetrato nel covo ed ho ingaggiato il corpo a corpo. Caddi subito ferito; al ginocchio. Una torma odiosa di galiziani mi prese e mi trascinò nella loro caverna. Così fui preso.

Via Crucis. E incominciai la mia dolorosa odissea. Di Comando in Comando. Arrivai il giorno dopo alla 58esima divisione austriaca dove subii il primo interrogatorio. La certezza di correre ancora un pericolo inesorabile, la sensazione di combattere ancora per la mia testa minacciata della scomoda posizione del capestro, mi diede il mio sangue freddo e, con la serenità, l’astuzia di saper inventare frottole per cambiare il mio stato di nascita.

« Come si chiama suo padre? » La faccia cachetica d’un capitano di Stato Maggiore, che puzzava d’italiano rinnegato, m’interrogò coscienziosamente, premurosamente, diligentemente e seppe così che io ero nato a Padova, avevo studiato a Padova, abitavo a Padova e via via così senza poter gustar la soddisfazione d’una incoerenza.

Il 2 giugno in una stamberga piena di paglia pativo la prima crisi di appetito e masticavo rabbiosamente il primo tozzo di pane nero, umido, malleabile e pesante come la plastilina. La mattina dei 3 giugno ho visto Trieste dal ciglione del Carso, approfittando di due ore di sosta a Opcina e dell’arrendevolezza del mio accompagnatore. Non una città vivente io ho visto: era uno scenario di case bianche, immobili, senza vita, inginocchiate al mare in un lungo semicerchio silenzioso: era la città morta protesa ansiosamente sulla lastra azzurra dell’Adriatico senza vele, senza fumo: pesava un sudario di sonnolenza asiatica sul biancore di quella città schiaffeggiata dal sole e dal destino. Quante emozioni nel mio cuore così duro a commuoversi.

Poi nel castello di Lubiana, su per una collina verde, in una bicocca feudale irta di sentinelle e di catenacci, chiusa da inesorabili inferriate. Qua dentro mi medicarono la ferita. Qua dentro incontrai tre colleghi del mio reggimento e parecchi soldati, presi il 27 maggio al contrattacco della quota 126 di Grazigna. Quando mi videro, molti dei miei soldati piansero per il mio pericolo e, pur nell’incubo della fame nera, nessuno parlò quello che di me con certezza sapevano. Fui salvo per il loro amore. E pur c’era un bando che prometteva molto danaro per la testa d’un disertore irredento.

Tagliai la mia camicia per farmi dei fazzoletti, masticai foglie d’ippocastano per fumar sigarette, sciolsi in pochi giorni tutto il rosario delle mie bestemmie.

In Boemia. Il 16 giugno, con un convoglio di ufficiali italiani catturati a Duino, partii per Theresienstadt in Boemia. Fummo chiusi in una fortezza che imprigionò Luigi Pastro nel ‘48. E qui soffersi la fame. E inutile che io voglia descrivervi lo spasimo di questa sofferenza. Tanto già non avete la possibilità di immaginarvela. Solo chi l’ha provata questa tortura, sa che cosa significhi questa terribile parola: FAME. Fame prima di mangiare e fame più tremenda dopo il pasto. Vita intessuta di sbadigli apopletici, passata in un dormiveglia sonnanbolico sui pagliericci delle nostre basse e lunghe camerate. Debolezza fisica esasperante, invincibile sì da non poter fare neppure le scale… E il cervello sempre ossessionato di scorpacciate luculliane e di fantastiche scorrerie in libertà completa…

Poi venne dall’Italia qualcosa da mangiare, poi venne lo schianto di Caporetto, poi le speranze della nuova primavera.

La prima fuga. Il 5 giugno 1918 tentai la fuga. Era già molto tempo che mi preparavo. Di notte, con la pazienza di un topo, mi avevo costruita una giubba austriaca. In mille maniere consigliate dalla necessità imperiosa m’ero impadronito di tante cose necessarie. Avevo catechizzato tre proseliti che mi aiutarono con le loro cibarie. Assieme, la mattina del 5 giugno 1918 tentai l’avventura. Durante la passeggiata, deludendo le sentinelle, saltammo una siepe e fummo uccelli di bosco.

Da Theresienstadt a Praga 68 chilometri superati a piedi in meno di 34 ore. A Praga ci scodellammo in un albergo; ma poi vinse lo stimolo della curiosità e la sete di godimento: lasciai i tre dormienti: non riposai nulla e passai la notte in un’orgia indimenticabile. La mattina dopo un caporale austriaco con la faccia tutta schizzata da una miriade di nei capricciosi, conduceva lentamente fuori di città una piccola pattuglia di tre soldati austriaci. Dove andavano così allegri quei luridi fanti austro ungarici? Verso il mare andavamo, verso l’Italia, e ci scoppiava il cuore per l’emozionante speranza.

A piedi notte e giorno per la valle tetra della Moldava: boschi di pini profumati e rovesciati sul corso argenteo del fiume: altipiani monotoni traversati da grandi materassi di frumento: campagne geometriche macchiate di casette bianche coperte di ardesia colorata. Un tozzo di pane, delle salsicce, della birra e avanti avanti avanti. Mauszta! Našdar! Addio! Salve! bellissima Boemia. lo ti conosco bene. 7 notti ho dormito sulla tua terra: 250 chilometri delle tue strade sono stati calcati dal ferro delle mie scarpacce. Addio superdonne di Praga che prima d’innamorarvi fate della politica; addio contadine piene e bronzute vestite come la madonna di Lourdes, quando indossate il vostro costume nazionale che sa di calabrese. Quanta noia dovervi ammirare senza potermi fermare; quanto dolore sentire il desiderio ed esser così stanco da non aver il coraggio di soddisfarlo. Ma verrà il giorno…

Verso Trieste. Così circa io pensavo quando vidi finalmente la torre gotica di Budweiss. Praga, Stechowitz, Kolin, Selčan, Tabor, Budweiss. Fin qui ci portarono le nostre gambe. A Budweiss ebbi una nuova alzata d’ingegno: comperai dei fogli di licenza e con un pennellino falsificai l’aquila bicipite del timbro rotondo. E allora conquistammo le ferrovie di tutto l’impero austro ungarico. In terza classe a Linz e da Linz direttamente a Trieste in un treno stipato di soldati pidocchiosi, catarrosi, puzzolenti, luridi. Gomito contro gomito, le ginocchia sulla faccia d’un ignoto, la testa d’un altro ignoto sulla mia spalla, le mie gambe traversate da un groviglio di altre estremità simili, la faccia pestata contro lo schienale col pericolo continuo d’uno scaracchio in piena guancia: durò un giorno e una notte.

Ma all’alba del 13 giugno rivedemmo improvvisamente il mare e fummo a Trieste. Il mare: Trieste: l’odore salso: il dialetto veneto: le strade natie: i nomi già conosciuti: la sensazione di dover incontrare un amico… Meritava maggiori rischi una gioia simile!

Sgomento romantico dei primi incontri. I miei non li vidi: erano internati lontano ma vivevano. Andai a trovar una famiglia nota anche per fare un po’ di 48 con due belle signorine: la maggiore, che tre anni fa faceva la ritrosa, mi buttò le braccia al collo e dovetti sorbirmi una dichiarazione amorosa. Dopo una dichiarazione così compromettente la feci lavorar per me: mi trovò una barca: montammo in quello schifo: tentammo l’Amarissimo e addio mia bella Didone. Al largo di Pirano ci fermano, ci riportano a Trieste, ci sequestrano la barca e… ci rilasciano con una calda lavataccia di capo. Alla sera del 18 prendemmo il treno per Portogruaro.

Sul fiume sacro. Era scoppiata l’offensiva. Incontrammo treni di feriti che ci dissero le prime battoste austriache. Decidemmo di tentar la traversata della linea di combattimento. A piedi, di notte, lentamente marciammo verso la linea luminosa e rumorosa del combattimento: Portogruaro: Pramaggiore: Ceggio (sic): San Donà di Piave. Mangiammo nei fienili dei cascinali friulani latte e polenta offertaci dalla ospitale bontà dei contadini. A San Donà distrutta dall’artiglieria, giungemmo la notte sul 20 giugno. File laboriose di pontieri austriaci stavano gettando un ponte: ma il Piave quella notte non si poté passare. All’alba cercammo un ricovero. Scoprimmo una grande botte rovesciata e arenata in una marca di macerie. Ci nascondemmo là dentro e dormimmo: 12 ore di stanchezza: 12 ore di impazienza: 12 ore di lavorio instancabile a distillar sogni felicissimi sottolineati di tanto in tanto dal crepitar delle mitragliatrici, dal rombo delle bombarde, dallo schianto delle batterie in azione…

La notte del 20, vestiti da portaferiti, in un barcone del Genio. Appena dall’altra parte, afferrati subito dal morso della nostra artiglieria, strisciammo avanti, verso la cortina della fucileria, verso le bandiere luminose dei nostri riflettori.

Ancora grovigli di ferro spinato, carcasse di quadrupedi sventrati, puzza di cadavere, orgia di traiettorie violente, e un ricamo di stelle lucidissime attorno al pallone argenteo della luna piena.

Verso le tre fummo sulla prima linea. Ci fermò un piccolo fante con una mitragliatrice.

- Chi va là?

- Portaferiti… C’è qualche ferito?

- Nessuno. Andate via che qui c’è pericolo.

- Dove sono gl’italiani?

- Qua davanti a noi. Non andate a sinistra perché non c’è linea nostra per quasi cento metri e vi batte la mitragliatrice italiana.

Strisciammo naturalmente per il passaggio scoperto. Traversammo due filari di viti. Giungemmo all’argine del canale Della Fossetta. Davanti a noi, oltre l’acqua, una mitragliatrice pistola sbuffava la sua litania rabbiosa in mezzo allo scrocchio secco dei nostri 91. Ci sembrava d’esser giunti ma non si poteva far sentire la nostra voce. Ci sembrava di poter passare ma scendere nell’acqua significava morire. Ci sembrava d’aver vinto ma non ci potevamo muovere. Quanto tempo passò? Pochissimo credo. E noi rimanemmo sempre forzatamente inchiodati a terra. Poi improvvisamente lo schianto delle bombe a mano dietro a noi. Un’ondata d’assalto austriaca ci raggiunge, ci sorprende, si arresta in mezzo a noi. Una pistola mi punta la tempia e mi sento, parlare in boemo…

Presi. Eravamo nelle mani d’un reparto d’assalto austriaco del 122° reggimento croato. Quattro soldati con la baionetta e un ufficiale ci accompagnarono nella casetta del Comando di battaglione, sempre parlandoci in boemo. Lo schianto nostro era tale che ci si sentiva pronti a qualunque avvilimento, a qualunque disgrazia, ormai. Inerti, senza parlare, lasciammo fare. Ci misero contro un muro, schierarono dei soldati contro a noi: un ufficiale ne prese il comando. E allora vidi improvvisamente chiara la mia situazione. L’abbattimento dei dolore fu vinto dal nuove pericolo: parlai in tedesco: dissi chi eravamo: mostrai la mia tessera di riconoscimento di ufficiale italiano… E allora si sciolse la situazione. Mandarono via il picchetto che ci voleva fucilare: ci portarono in una stanzetta e ci perquisirono tutti fino a spogliarci nudi. Un ufficiale boemo di nascosto mi strinse la mano, un capitano austriaco sgranò tanto d’occhi quando seppe la nostra avventura. Nessuno disse: Pfui italiener!

Ma nel traversar di nuovo la zona di combattimento e poi le carceri delle retrovie dovemmo subire tutta una lunga serie di umiliazioni e di minacce. A S. Stino (carcere di Corpo d’Armata) un colonnello austriaco mettendosi due dita sotto la gola mi gridò: « Impiccarvi bisogna al primo albero! » A Udine (carcere della Isonzo Armée) fummo buttati in un camerone assieme ai delinquenti, alle pulci, ai pidocchi, a morderci le unghie a masticar brodaglia nauseabonda… Ma se dovessi scender a particolari non basterebbe né inchiostro né carta.

Disavventure. Dopo 17 giorni di carcere fummo mandati a un centro di raccolta per prigionieri a Porta Aquileia. Da lì, in una notte di pioggia, mi buttai giù dal primo piano. Mezzo scalzo camminai fino a Vittorio Veneto. Là la mia disdetta mi riprese. Inseguito dai gendarmi, esausto, lacero, sfinito, fui ripreso. Mi portarono in una sgangherata carretta a Udine guardato da quattro baionette. Poi a Brazzano, dove mi fecero fotografare di faccia e di profilo e registrarono le mie impronte digitali. Poi ammanettato al castello di Lubiana, da Lubiana a Kleinmünchen e finalmente di nuovo a Theresienstadt, al carcere di guarnigione, dove ritrovai i miei tre compagni.

Tre mesi passai in carcere in attesa del processo e fu questo il più bel periodo e il più allegro della mia prigionia. Il 21 settembre 1918 con gran solennità ci fecero il processone. I giudici erano quasi tutti boemi. Eravamo accusati di truffa contro le ferrovie dello Stato austro ungarico: ebbimo tre settimane di arresti, passati in una cura intensa di ricostruzione fisica e in un affannoso preparativo per la ultima imminente fuga, decisiva, finale.

Chi la dura la vince. Appena ritornato al campo di prigionia, sacrificai tutto per far danaro. Mi feci fare una elegantissima divisa da sergente austriaco. Preparai nuovi fogli falsi. La notte del 23 ottobre fuggimmo: su per la fognatura lungo il cornicione del forte: poi giù con una corda nel fossato dei bastioni. Alle 5 di mattina prendemmo il treno. Alle 10 eravamo a Praga, già in sobbollimento rivoluzionario. Il giorno dopo a Vienna. La notte del 29 ottobre giungemmo nuovamente a Trieste. In divisa italiana assistemmo; partecipammo, poi dirigemmo la rivoluzione triestina. Ebbimo il comando militare di Trieste dal 30 ottobre al 3 novembre. Nelle mie mani consegnò le armi il comandante austriaco della piazza marittima di Trieste. 800 nostri soldati salvarono la città dal saccheggio dei teppisti evasi dalle carceri: entusiasmo: confusione: fucilate: proclami: ansiosa attesa degli italiani. All’alba del 3 novembre sono partito con un idrovolante per Venezia. La nebbia ci fece deviare, la sorte mi portò proprio nella mia patria a Parenzo. Davanti a casa mia, che per tre anni era stata il Comando degli idrovolanti austriaci: baci: abbracci: trionfo: discorsi. Tutte le ragazze appoggiarono le loro labbra entusiaste sulle mie guance sporche d’olio di motore. Ognuna mi strappò per ricordo un pezzetto del cappotto. Poi partenza per Venezia e da Venezia sbarco a Trieste la sera del 3 novembre.

Epilogo. Nel trionfo della epopea fui schiantato da una brutta notizia: in seguito alla mia cattura mi avevano sospettato disertore. Dovetti chiedere il processo. Il 27 novembre (avevo appena rivisto mio padre e mia madre reduci anche loro dal carcere austriaco) dovetti partire in istato di arresto per Padova. Tre mesi di istruttoria: tre mesi dolorosissirni: tre mesi di brutta, ingrata esperienza. Ma poi venne di nuovo finalmente la luce. Con una bellissima sentenza fui assolto in istruttoria per inesistenza di reato. Il mio colonnello, tanto per farmi dimenticare la brutta avventura, mi scrisse d’avermi proposto per tre medaglie d’argento, che non credo però sia ancora il caso di sperare d’averle. Ritornato al deposito mi consegnarono due medaglie al valore che dormivano da molto tempo negli scaffali polverosi di quegli uffici.

E da Padova finalmente venni a Trieste, dove caracollo per il quai popolato di belle femmine isteriche di patriottismo e d’altro.

I miei intanto stan benone anche loro: mia madre si sta di nuovo ingrassando: mio padre sta abituandosi a farsi chiamar commendatore.

Ecco la mia storia e scusate se è poco.

Ricordatevi dell’amico

[testo sta in]

(a cura di) Cesare De Seta
Giuseppe Pagano Architettura e città durante il fascismo
Bari, 1976

[foto sta in]

Cesare De Seta
Il destino dell’architettura
Persico Giolli Pagano

Bari, 1985

This entry was written by gt, posted on 25 October 2006 at 12:37, filed under Architettura, Articoli/scritti, Biblioteca, Riviste, Storia. Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

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